L’eredità di Ostara

Ostara entra nella nostra vita con un carico di fuoco inaspettato.

O forse così inaspettato non è.

Ne sentiamo il profumo sin dall’inizio dell’anno, lo sentiamo scalpitare nel basso ventre, il fuoco, come un cavallo indomito davanti alla staccionata che lo separa dalla libertà.

Ma quando arriva, non si è mai pronti.

Lo senti pervaderti fin dalle fondamenta, con la sua forza creativa e distruttrice al tempo stesso, pronto a smuoverti verso nuovi obiettivi e sconquassare ogni certezza costruita con fatica e sudore.

Perchè Ostara, più di ogni altra, porta la stagione del Dubbio.

Mentre ogni germoglio sboccia, mentre il timido sole di marzo acquista fiducia nel cielo, le cose ci appaiono per quello che sono.

Ciò che durante l’inverno è stato selezionato, curato, riposto con cura nel terreno soffice e protetto dal freddo, troverà oggi la forza di crescere.

Ma se abbiamo seminato sulla sabbia, le piantine non riusciranno a mettere radici solide.

Se il nostro terreno è indurito, incolto, appesantito dal marciume dell’inverno che non abbiamo tolto, i germogli non riusciranno a bucare il terreno.

Se ci siamo ostinati a voler piantare una determinata specie in un terreno non suo, farà fatica a svilupparsi: la sua crescita sarà un continuo sforzo, un arrabattarsi senza sosta per sopravvivere in un mondo che non è il tuo.
Ostinazione.

Il fuoco di Ostara brucia e porta la luce dopo mesi di buio. E’ una luce forte e diretta, che acceca coloro che non hanno occhi abbastanza forti per resisterle.

Ho accolto Ostara con la rassegnazione con cui si accoglie una Dea della distruzione.

Il fuoco ha straziato le mie membra e i miei obiettivi.
Ho messo in discussione tutto: chi sono, chi credo di essere, come ci sono arrivata e dove voglio andare.
La mia vita e i castelli di carte che ho costruito su di essi.
Suoni in sottofondo.

Ciò che ne rimane sono ossa rotte e torri che si infrangono.
Non che abbia osteggiato il fuoco, anzi: ho permesso che mi consumasse.

Ho sottovalutato l’inverno e la furia che dentro di me premeva per uscire. Ho lasciato che si esprimesse a sprazzi in questi mesi, senza una vera via, senza una direzione in cui incanalare le fiamme.

Tanta energia mal riposta, che ha portato a un’implosione.
Una bomba nucleare detonata su se stessa.

Alle porte di Beltane, sono pronta per tornare sulla via.

Ho medicato le braccia ustionate.
Trovato un bastone con cui supportare i miei passi incerti.
Usato nuovi colori per dipingere la mia vita.

Ho imparato ad amarmi e accettarmi anche e soprattutto nei momenti brutti, in tutto è grigio e mi sento sorda e cieca.

Dalle ceneri del vecchio mondo, ecco sbucare una nuova fenice carica di fiamme.

Come la mia Aquila, danzo in un volo di Gioia.

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Grazie di Cuore.

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